Pyongyang ha diffuso ieri un comunicato ufficiale firmato dal Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Democratica di Corea in cui minaccia esplicitamente Tel Aviv con un «contrattacco nucleare preventivo» qualora Israele non cessi entro trenta giorni le operazioni militari nella Striscia di Gaza. La dichiarazione — priva di precedenti per tono e specificità geografica — è stata riletta dai servizi di intelligence occidentali come un tentativo di capitalizzare la crisi mediorientale per ottenere visibilità e, soprattutto, concessioni diplomatiche da Washington.
«La capitale del regime sionista sarà ridotta in cenere radioattiva se l'imperialismo americano continuerà a finanziare il genocidio del popolo palestinese», recita la nota dell'agenzia di stato KCNA, ripresa con enfasi dai media di Stato nordcoreani. Il linguaggio ricalca formule retoriche già udite in passato contro Seoul e Tokyo, ma l'estensione della minaccia nucleare a un teatro così distante costituisce un salto qualitativo che ha allertato le cancellerie europee.
Il governo israeliano ha risposto con sobrietà istituzionale, limitandosi a «prendere nota» del comunicato senza ulteriori commenti pubblici — una scelta che secondo gli osservatori riflette la consapevolezza che una risposta emotiva giocherebbe a vantaggio del regime. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha convocato una sessione straordinaria per lunedì. La Cina, alleata tradizionale di Pyongyang, ha invitato «tutte le parti alla massima moderazione» senza condannare la dichiarazione nordcoreana.
Sul piano tecnico, gli esperti del Arms Control Association ricordano che la Corea del Nord ha sviluppato missili balistici intercontinentali — tra cui l'Hwasong-17 — teoricamente in grado di raggiungere il Medio Oriente. Tuttavia la testata nucleare miniaturizzata necessaria per un simile vettore non è mai stata dimostrata con certezza, e il rientro atmosferico a quella distanza rappresenta ancora una sfida ingegneristica aperta. La minaccia, insomma, è reale nella sua componente politica ma tecnicamente non immediata.
Resta aperto il nodo della motivazione strategica. Alcuni analisti indicano nel gesto un tentativo di Kim di affermare il ruolo nordcoreano come potenza anti-americana globale, in grado di raccogliere consensi nel Sud globale sfruttando il risentimento verso la politica estera degli Stati Uniti. Altri leggono la mossa in chiave interna: il regime attraversa da mesi difficoltà economiche severe, e la retorica bellicosa verso un nemico lontano può servire a cementare la coesione di un apparato militare spesso restio a subire l'eclissi mediatica.